Le interviste di Oltreconfine
Igor Sibaldi ¤ www.maestriinvisibili.com

Igor Sibaldi. La disobbedienza dell'invisibile.

di Andrea Colamedici, Giovanni Picozza

in Incontri (Oltreconfine - n° 4 - Mar/Apr 2012)
€ 7.90 + spese sped.
Albert Camus ha scritto nei sui Taccuini: «Non voglio essere un genio: ho già problemi a sufficienza cercando di essere solo un uomo». Molte persone considerano Igor Sibaldi un genio. Che effetto ti fa?

Non va bene; è molto meglio quando le persone si arrabbiano per quello che dici. Ogni tanto a chi fa ricerca in questi campi càpita che tutti gli diano ragione: è un segnale che qualcosa non va. Una volta, durante una conferenza, si stava parlando dell’applauso e una ballerina dell’Opera di Bucarest raccontò una sua esperienza che mi colpì molto: disse che quando lo spettacolo veniva veramente bene, la gente era talmente colpita che non riusciva ad applaudire. Questo è un po’ l’obiettivo che mi pongo anch’io.

Ovviamente è una piccola minoranza di persone che s’interessano di certi argomenti a considerarti un genio, quindi non c’è da preoccuparsi. Per la maggioranza dei benpensanti, Igor Sibaldi è molto lontano dall’essere visto come un genio. Per esempio, durante la tua partecipazione a un’ormai famigerata puntata televisiva de Le invasioni barbariche, sei stato vittima di un brutale attacco da parte di un personaggio isterico e fuori di sé, tale Cecchi Paone, che sembrava avere tutt’altra opinione su di te. In quell’occasione come hai fatto a restare calmo e non reagire?

In realtà mi sembrava giusto restare zitto perché in televisione c’è una tendenza perversa a far vedere che le persone si danno torto l’un l’altra. Si promuovono battaglie su chi ha più ragione e questa a me sembra un’idea veramente barbarica. Come una gara di braccio di ferro. La gara di prestanza fisica, a chi fa pipì più lontano, va bene sul piano fisiologico, ma su quello del pensiero fa malissimo, perché è inevitabile che durante discussioni del genere si passi rapidamente dal ragionamento all’opinione, due cose assai diverse. L’opinione è una difesa che una persona assume davanti a un fenomeno: si accorge di qualcosa, non la capisce e allora reagisce formulando un’opinione. L’opinione non serve a niente, è solo una misura temporanea e del tutto personale, che si sviluppa in caso di difficoltà. L’opinione va immediatamente superata con un ragionamento serio, nel quale non esistono individui che ragionano, ma solo un ragionamento che procede e che ha bisogno dei vari punti di vista per poter procedere meglio. Io penso che, ma se tu pensi che, e perciò io mi accorgo che... Tutti e due lo dicono e fanno rapidamente strada. Due persone che pensano in questo modo, in pochi minuti percorrono centinaia di chilometri. Due persone che combattono a colpi di opinioni, in ore di discussione non fanno neanche un metro, si stanno solo contrapponendo, sperando che la loro voglia di essere qualcuno ci guadagni qualcosa. Perciò, vedendo che le cose prendevano quella piega, ho provato una sensazione di noia e a un certo punto anche un po’ di disgusto. E il disgusto non è male, non capita spesso di provarlo, così mi son detto: «Vediamo che effetto fa il disgusto». Così lo centellinavo grazie a questa persona che me ne offriva ampia occasione. Siccome però il disgusto era puramente una mia opinione, me lo sono tenuto per me.

In televisione è difficile andare oltre le opinioni, eppure c’è l’esempio di una bellissima trasmissione sui Vangeli Apocrifi, a cui hai partecipato insieme a Colin Wilson e Corrado Malanga, nella quale si sono fatti molti ragionamenti.

Prima di tutto eravamo all’estero, in Sardegna, che è veramente un paese straniero all’Italia continentale... e poi c’era la componente anglosassone rappresentata da Colin Wilson. Non so se l’Italia detenga il record delle trasmissioni d’opinione, ma è probabile. C’è addirittura l’opinionista, che penso sia una delle professioni più inutili che esistano, perché se l’opinione non serve, l’opinionista è veramente superfluo. In molti Paesi stranieri il ritmo è diverso: la parola è ritenuta uno strumento più importante di quanto non lo sia da noi. Quella sui Vangeli Apocrifi fu una trasmissione davvero molto piacevole perché c’erano punti di vista diversi che concorrevano a un reciproco superamento.

(continua)

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