Le interviste di Oltreconfine
Saverio Ungheri ¤ www.polmonepulsante.it

Saverio Ungheri e l'Arte Bionica

di Alexandra Rendhell

in Arte&Consapevolezza (Oltreconfine - n° 6 - Lug/Ago 2012)
€ 7.90 + spese sped.
Maestro Ungheri, questa sua ossessione-passione per il pulsare della vita, è vero che nacque da un evento drammatico, la morte di suo padre?
Ho assistito mio padre nei suoi ultimi giorni e nel momento in cui ha smesso di respirare non potevo capacitarmi, non me ne facevo una ragione; era la prima volta che assistevo all’evento della morte e per di più di una persona tanto cara. Non la accettavo, non concepivo l’immobilità di quel corpo che fino a un attimo prima respirava, mi parlava. Ho preso a pugni il suo petto, gli ho tirato calci, l’ho scosso, volevo che si svegliasse, che riprendesse a muoversi. Mia madre, dietro di me, assisteva a quello strazio e con un filo di voce mi diceva: «Non lo tormentare, non vedi che è morto?» Forse da allora emerse in me questo prepotente impulso alla vita, a dare la vita, a instillare il movimento anche in cose inanimate come a questa conchiglia: perché farla morire, condannarla all’immobilità? Le ho dato vita, vedi, si muove!

14 settembre 1959, al Caffè Canova a Piazza del Popolo, Sante Monachesi, Grazioso David, Sandro Trotti, Claudio Del Sole, Saverio Ungheri, sottoscrivono il Manifesto Astralista. Maestro Ungheri ci racconta cosa vi spinse alla fondazione di una nuova corrente artistica?
Anni Cinquanta. In quel periodo eravamo immersi in un clima euforico, pieni di speranze nel futuro, un fermento culturale ci spingeva verso orizzonti nuovi, inesplorati. Ci percepivamo dilatati, non ci bastavano le avanguardie, non corrispondevano più alla nostra voglia di andare oltre i confini dell’inconosciuto a superamento dell’astrattismo, che per noi era divenuto vuotamente autoreferenziale.

Però mi sembra che lei si fosse estraniato dalle avanguardie in quanto non vi si riconosceva, una sorta di anartista alla Duchamp, anche se in verità, qualcosa era filtrato e traspariva dalle sue opere.
Io non ho seguito la scia ideologica delle avanguardie; se qualcosa affiorava o traspariva, era perché era in me, nasceva da me. Importante è stato, per la completezza del pensiero e delle mie opere, il confronto, gli scambi culturali che ebbi con gli altri artisti: si davano e si ricevevano consigli per eventuali modifiche a un quadro e si parlava, si discuteva. Eravamo sulla breccia, combattevamo: eravamo Sante Monachesi, Claudio Del Sole, Sandro Trotti, Grazioso David e io, i firmatari del Manifesto dell’Astralismo. Ci si incontrava in quel periodo, noi artisti, sotto l’obelisco di Piazza del Popolo, e qualche volta, soldi permettendo, al Caffè Canova o al Caffè Rosati, per confrontarci, elaborare, discutere della possibilità di oltrepassare le avanguardie. Eravamo certi di essere arrivati al capolinea. Si provava ad andare oltre, almeno con le parole, e qualcuno di noi da astrattismo saltò ad astralismo, per proiettarsi dalla Terra allo spazio astrale: andare fuori dalla dimensione limitata del pianeta Terra, divenuto angusto per noi; d’altra parte stavamo conquistando lo spazio, il Lunik era andato sulla Luna. Ci chiedevamo se nell’epoca dei satelliti artificiali, mentre l’uomo si accingeva a conquistare lo spazio, fosse possibile continuare a dipingere, a fare arte, con gli stessi oggetti, o meglio a dipingere e a fare arte con la stessa volontà di una volta. Da questo intento è nato il movimento astralista.

(continua)

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