Le interviste di Oltreconfine
Gianni Martinucci ¤ www.giannimartinucci.net

L'Antroposofia nell'arte

di Silvia Tusi

in Arte&Consapevolezza (Oltreconfine - n° 5 - Mag/Giu 2012)
€ 7.90 + spese sped.
Hai esordito nel 1974 alla Galleria L’Obelisco. Cosa esponevi all’epoca e cosa accadde dopo?
Nel 1974, quando ci fu la mostra alla Galleria L’Obelisco, ero ancora un artista concettuale, venivo dall’Accademia del Nudo, avevo studiato la figura umana, l’anatomia, il movimento. In quell’occasione presentai delle tele lunghe 4 metri e alte 70 centimetri, con una fessura dipinta da cui si intravedeva appena il colore. In seguito la mia ricerca artistica è andata avanti: la fessura si è chiusa e la materia ha cominciato a sgretolarsi, fino a che nel 1975 ho incontrato per caso l’antroposofia. Aspettando un mio amico medico, nella sua auto ho trovato un piccolo libro con delle meditazioni da fare per ogni settimana, delle quali una era dedicata all’inizio della primavera e si rivolgeva al Sole. Io adoravo il Sole da sempre, un amore sicuramente relativo a un fatto karmico legato all’antico Egitto. Il libro era Il calendario dell’anima. Ed è cominciata l’avventura; sicuramente è stato un incontro di destino. Leggendo per la prima volta Steiner ho pensato: «Questa è la verità», e poiché potevo esprimerla attraverso l’arte ho cominciato a trascrivere ciò che leggevo, inizialmente sul legno con una semplice penna Bic. Volevo incidere la verità dappertutto. Ho trascritto i libri di Steiner per studiarli, per entrarci dentro, e in un secondo momento sono emerse anche le immagini. Questo incontro ha cambiato completamente la mia arte. Dopo tanti anni di trascrizioni ho scoperto che Steiner aveva lavorato sei anni nella biblioteca di Goethe e che per comprenderlo trascriveva i suoi libri. È stata una scoperta che mi ha molto colpito.

Ed è cambiata anche la tua idea di artista?
Sicuramente. La fortuna di essere artista per me consiste nel tentativo di esprimere questa forma di veggenza; è proprio Steiner a parlare dell’incontro produttivo che c’è tra l’artista e il veggente, e oggi, dopo trentasette anni di studio, spero che questo connubio ci sia anche in me. Ora riesco a trasmettere il messaggio dell’antroposofia non solo attraverso l’arte, ma anche tenendo conferenze, in passato presso l’Associazione Michael per l’Antroposofia, ora a Grottaferrata nella sede di due amici, il Dott. Sodini, naturopata, e la Dott.ssa Poletti, biologa. Quello che oggi sento è una forma di veggenza dettatami dall’antroposofia; l’arte per me è diventata uno strumento, con il quale tuttavia non riesco a esprimere tutta l’esperienza del mio spirito e della mia anima. A volte mi incanto a guardare un moscerino che vola, ma non saprei mai riprodurlo; allora invidio gli dei o gli spiriti che hanno dato vita a una creatura del genere. La mia arte è un tentativo, a volte riuscito a volte meno, di imitare quello che vedo. Io creo delle pagine che svolazzano dal libro perché è un’immagine che vedo chiara davanti a me, ma sono limitato, non riesco a esprimere con la materia ciò che vedo. Fosse possibile, vorrei lavorare con i colori dell’arcobaleno!

Hai creato delle strutture in legno di grande ingegno architettonico. Com’è nato questo progetto?
Come per le altre mie opere, anche questa serie di architetture è nata da una necessità di trasporre le visioni in qualcosa di concreto, tangibile. Non sono un architetto, né tantomeno ho studiato architettura. Non ce n’è stato bisogno, perché l’esigenza di espressione mi ha dato la spinta e le conoscenze necessarie. Secondo Leonardo da Vinci, «la pittura è cosa mentale e l’arte comincia quando lo spirito scopre e interviene». Se c’è la manifestazione dello spirito posso fare qualsiasi cosa. L’architettura nasce da un’esigenza. Io sono partito dai libri, non avendo avuto l’opportunità di incontrare Steiner di persona. Ho cominciato quindi con le trascrizioni, poi sono arrivate le immagini. La visione più frequente che ho è un fluttuare di colori e immagini sulle pagine che studio liberi nell’aria. Per esprimere questo sentimento di libertà e di esplosione ho dovuto creare un’architettura, all’interno della quale il libro si apre e le pagine iniziano a librarsi. Le architetture si sviluppano quindi intorno alle pagine fluttuanti, ai frammenti di colore, alle immagini, al libro. Si tratta di architetture innovative perché derivano dalla fantasia. Ma, come dicevo prima, è sempre difficile riuscire a trasporre in arte quello che vedo con la mente e col cuore. Quando finisco un lavoro non sono mai soddisfatto perché rasento, passo parallelo a quello che vorrei comunicare con le immagini. Per far corrispondere le visioni alle mie opere, dovrei avere davanti a me uno schermo bianco e proiettarvi l’immagine che nasce dal mio pensiero.

(continua)

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