Le interviste di Oltreconfine
Gabriele Duma

Joaquín Grau e l'Anateoresi

di Monica Zanchi

in Universo Olistico (Oltreconfine - n° 4 - Mar/Apr 2012)
€ 7.90 + spese sped.
Gabriele Duma, attore, regista e operatore in Anateoresi da circa dieci anni. C’è un legame tra l’arte della recitazione e l'Anateoresi? Come possono combinarsi?
Essere un attore ha implicato occuparmi tanto e in qualche modo professionalmente del mio mondo di sensazioni e di emozioni, per prestare il corpo ai drammi che ho interpretato e interpreto. Questo mi ha dato la possibilità di riconoscere immediatamente nell’Anateoresi un portentoso strumento di indagine del mio patrimonio emozionale. Essere regista vuol dire che a un certo punto mi sono posto di fronte alla possibilità concreta di guidare altri corpi nell’attraversamento di quei drammi, per condurli a una messa in scena, alla condivisione con un pubblico. Certo la messa in scena ha finalità estetiche ma, garantisco, non solo. Non è forse necessario, ma a ogni buon conto chiarisco che per teatro s’ha da intendere l’arte del vero, non certo della finzione, tantomeno della mera esibizione di capacità tecniche. Per questo parlo di corpi, consapevole però che il corpo è solo un livello dell’esperienza, una sorta di sensore che interfaccia alla realtà qualcosa di più profondo ed essenziale per ognuno. Dico questo per portare l'attenzione sul fatto che l’Anateoresi, prima di essere una metodologia utile alla cura di sé, è utile alla conoscenza. Anzi, anticipando le conclusioni, direi che è utile alla cura in quanto utile alla conoscenza. Utile a elaborare una propria filosofia di vita improntata alla conoscenza di sé, alla libertà dai condizionamenti profondi, alla creatività.

Se è una metodologia utile alla cura, si può ipotizzare che sia una terapia?
Terapia e Arte sono sempre state più che sorelle. Condividono gli stessi strumenti principali, sofferenza e catarsi, per condurre e orientare l’essere umano nello spazio sospeso fra paura e piacere. Espresse al grado più alto, entrambe toccano e coinvolgono la parte più profonda di noi. A questo punto è però opportuno fare dei distinguo e prevenire indebite invasioni di campo. Un conto è la terapia intesa come percorso finalizzato al benessere, anche fisico, altro è la prassi medica. Una cosa è il mondo soggettivo del processo di conoscenza, un'altra quello oggettivo del processo scientifico. Finché queste due forme di sapere procedono separate e in antitesi, è molto facile perdersi in circoli viziosi di pensiero. D’altronde, la nostra stessa fisiologia ci predispone a un inganno: abbiamo due emisferi cerebrali dedicati rispettivamente all’oggettività e alla soggettività e ci perdiamo nel tentativo di farne prevalere uno mentre demonizziamo l’altro, laddove la sincronizzazione del sistema offrirebbe evidentemente possibilità sorprendenti e salvifiche. L’Anateoresi, come percorso di conoscenza basato su postulati scientifici, ma volto a indagare la soggettività, è sicuramente uno dei modi (il più efficace che io conosca) per mettere in dialogo gli universi soggettivo e oggettivo. Può offrire strumenti di progresso al medico come all’artista, in realtà a chiunque, e conduce alla diretta esperienza di come, pur con tutti gli aiuti possibili, non esiste guarigione senza una volontà e un percorso di autoguarigione; questo dovrebbe mettere un utile freno alle tentazioni di onnipotenza di chi, nei modi più diversi, si occupa di curare. Lo affermo naturalmente non in termini medici: quando uso parole come cura e guarigione mi riferisco, in base alla mia esperienza umana e artistica, al prendersi cura che può determinare benessere e, possibilmente, espansione di coscienza. In questo senso, praticando l'Anateoresi, non trovo utile parlare di terapeuta e paziente e nei miei seminari sostituisco sempre questi termini con quelli, a me più propri, di attore e conduttore. D’altra parte, la conoscenza anateoretica, fornendo strumenti d’auto-indagine della dimensione soggettiva, può essere utilissima a medici e psicologi, ma è quanto mai lontana dalla pratica medica perché impone al conduttore di non interpretare, non diagnosticare, non prescrivere, non proporre soluzioni. Il conduttore in Anateoresi è una guida in ascolto, un esperto di rilassamento e strategie dialogiche, utili ad accompagnare l’attore a prendere atto (ed eventualmente a liberarsi) dell'influenza degli impatti emotivi subiti nella propria esistenza, a cominciare da quelli della vita intrauterina, quando le prime cellule dell’embrione cominciavano a riprodursi e a memorizzare, come un sistema nervoso periferico del sistema madre.

Come hai incontrato questa tecnica?
È stato uno di quei momenti in cui, parafrasando Jodorowsky, potrei dire che la realtà intorno a me, dopo un disarmonico stallo, ricominciò a danzare. Circa dieci anni fa, in un periodo di profonda crisi personale e artistica, grazie a un'amica, instancabile ricercatrice e curiosa del mondo, venni a sapere di Grau e della sua tecnica. Lessi alcune riviste che parlavano di lui e intuii che conoscerlo mi avrebbe forse portato a trovare ciò che cercavo: qualcosa che mi aiutasse a star meglio, comprendendomi più in profondità, e che mi illuminasse sulla natura del rapporto fra regista e attore, allora motivo per me di grande affanno. Inutile dire quanto l’intuizione fu felice.

(continua)

Seguici su Facebook Seguici su Youtube Seguici su Twitter Seguici su Anobii
iscriviti alla newsletter
Iscriviti tramite Facebook
oppure

Acconsento al trattamento dei miei dati personali (decreto legislativo 196 del 30/Giugno/2003)