Le interviste di Oltreconfine
Rajesh Dalal

di Santi Borgni

in Speciale KRISHNAMURTI (Oltreconfine - n° 2 - Dic. 2011)
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Ci puoi parlare del tuo incontro con Krishnamurti e di quale impatto abbia avuto su di te?
Ho incontrato Krishnamurti per la prima volta nell’ottobre 1976, all’età di 23 anni, e gli sono rimasto molto vicino per dieci anni, fino alla sua morte. Nel 1975 mi ero laureato come ingegnere chimico presso l’Indian Institute of Technology di Kanpur. Nonostante questo, il mio interesse principale era la mente umana e la sua trasformazione. Durante gli anni dell’università avevo studiato in profondità il pensiero dei maggiori psicologi, filosofi ed educatori occidentali, nonché gli insegnamenti dello Yoga e delle tradizioni spirituali quali il Vedanta, lo Zen e il Sufismo. La mia ricerca di una maggiore profondità mi condusse agli scritti di Krishnamurti nel 1971; fui talmente colpito fin dalla prima pagina, che questo diede una svolta decisiva alla mia vita: compresi che l’incompletezza era dentro di me e che fino ad allora avevo cercato di raggiungerla attraverso la conoscenza altrui. Dunque capii che dovevo guardare dentro di me, dovevo affrontare la mia incompletezza, senza cercare soluzioni esterne. Ci fu anche una svolta nelle relazioni interpersonali e nelle mie attività: ad esempio compresi che non avrei mai intrapreso un lavoro nel quale fossi stato sfruttato o nel quale avessi dovuto sfruttare altri e decisi che avrei svolto un’attività profondamente legata all’umanità. Iniziai anche a comprendere che l’idea secondo la quale in famiglia ci debbano essere diritti e doveri è un modo molto ristretto di vedere le relazioni e quindi mi sentii come liberato: libero di relazionarmi senza aspettarmi nulla dagli altri, con amore, ma senza cadere nel sistema di credenze precostituito e senza alcun senso di appartenenza. Ogni aspetto della mia vita, il mio modo di vedere l’amicizia, l’amore, la famiglia, il lavoro, l’apprendimento, tutto cambiò grazie al decadere dei falsi assunti che erano dentro di me, così come nella società. Il cambiamento si realizzò perché, impegnandomi a fondo negli insegnamenti di Krishnamurti, iniziai a guardare molto da vicino e molto attentamente tutto ciò che facevo, perché lo facevo e come quegli assunti operavano in me. Quando mi accorgevo che un assunto era falso, questo spariva da sé liberando l’energia che imprigionava e dandomi ulteriore forza per guardare più in profondità. In altre parole, si può dire che dai miei precedenti studi di psicologia, filosofia e religione avevo ricevuto un aiuto, ma mi stavo ancora creando dei modelli, mentre dal momento in cui ho incontrato Krishnamurti, ho iniziato ad affrontare la vita in modo diretto. Avevo capito che nei suoi insegnamenti vi era qualcosa di molto importante per l'umanità e questo mi portò a dedicare la mia vita completamente alla ricerca spirituale. Krishnamurti era un uomo che scopriva di continuo cosa significhi vivere ed essere un uomo, e condivideva le sue scoperte con gli altri. Era come un subacqueo che s'immerge a grandi profondità trovando magnifiche gemme e le porta in superficie per gli altri; queste gemme potrebbero essere considerate i suoi insegnamenti. Inoltre era molto interessato a de-costruire il modo in cui il pensiero funziona. In un certo senso voleva che si verificasse una crisi interiore. Noi cerchiamo sempre di evitare la crisi, che è comunque presente nella nostra esistenza. Krishnamurti diceva che a meno che non si affronti la crisi, una nuova mente non può essere creata; lui era interessato a creare non solo questa mente, ma anche una nuova società e invitava le persone a immergersi loro stesse nell'oceano per scoprire le proprie gemme.

Qual è la crisi che gli esseri umani evitano di continuo?
La crisi fondamentale dipende dal fatto che ci sentiamo profondamente vuoti, insicuri, inadeguati e cerchiamo di riempire quel vuoto con le esperienze dei sensi, con gli oggetti, i sapori, i suoni, i colori, oppure con il pensiero, le credenze, le ideologie. Ma nonostante tutti questi tentativi, quel senso di incompletezza è sempre lì. Dunque la nostra incapacità di affrontare in modo totale l’incompletezza è la crisi. C'è una paura che, se affrontata, non ti permette di sopravvivere: crea come una morte interiore. È la paura di non essere nessuno, della vacuità, dell’assenza di senso e scopo, per questo il pensiero inventa incessantemente nuovi scopi. Prima cercavo delle soluzioni a tale crisi, ma dopo l'incontro con Krishnamurti ho iniziato a vederla dentro di me e nell'umanità. Più guardavo la crisi e più essa si approfondiva. I dieci anni trascorsi vicino a lui sono stati un avvicinamento continuo alla sorgente della crisi, un approfondimento del non-conosciuto, la mente diventava più aperta, più consapevole, più abile a convivere con l'incertezza e meno bisognosa di sostegni.

Avendolo conosciuto molto da vicino, cosa puoi dire riguardo alla percezione che Krishnamurti aveva di quel vuoto?
Krishnamurti era egli stesso quel vuoto, non c'era alcuna personalità in lui. Egli era morte ed era vita. Non vi era alcuna entità che avesse bisogno d'essere protetta o che costruisse muri; non c'era niente di simile al me. Nonostante abbia avuto modo di conoscere molte persone illustri, fra cui numerosi religiosi e maestri spirituali, non ho mai incontrato nessuno neppure lontanamente simile a lui. Questo non soltanto per via dell'assenza di un'entità psicologica, dell'assenza del sé: in lui coesistevano una fertile e continua esplorazione, un’enorme consapevolezza, grande affetto, percezione profonda, un interesse intenso per l'essere umano, un grande contatto con la natura, la passione per la creazione di un nuovo tipo di educazione e la relazione con quella vastità che lui chiamava il sacro o l'altro. C'è un'altra cosa notevole: Krishnamurti era molto umano. Faceva cose piuttosto straordinarie come tenere discorsi, scrivere libri, incontrare primi ministri, scienziati e filosofi eppure, fondamentalmente, non ha mai perso il suo cuore di ragazzo. In mezzo a tanti importanti impegni riusciva a fare cose come stare una o due ore a osservare le formiche, oppure sognare guardando le nuvole. Lui non sentiva di essere un uomo straordinario e si comportava e viveva come una persona comune: si preparava da sé i bagagli, si lucidava le scarpe, lucidava il suo orologio e si prendeva molta cura del proprio corpo; amava fare queste cose e viveva con gioia la sua vita. Amava chiunque avesse intorno a sé e il suo amore si manifestava nei modi più disparati.

(continua)

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